di Pietro Marmo
Accidenti, non riesco a respirare. Ho qualcosa nella gola che non scende e non sale, come terriccio. Provo ad alzarmi ma non mi riesce, a tossire e mi sembra di sputare l’anima. Ho dolori dappertutto, la schiena, la testa, le gambe, le gambe che formicolano e si sentono gli spilli come quando ti ci addormenti sopra per ore. Ma non ricordo di essermi addormentata. Non capisco perché è così buio. Apro gli occhi con fatica, ho polvere dappertutto ma non cambia niente: non c’è luce.
Dio mio ma cosa mi è successo? Cerco di ricordare ma…ma ricordo che stavo mangiando e poi, poi la cristalliera che vibrava, sempre di più, sempre di più, fino a che si è aperta e sono cominciati a cadere i piatti. Ecco cosa è successo, qualcuno ha gridato che era il terremoto e io sono corsa nella stanza di Lorenzo, l’ho preso sotto il braccio come un pallone di football e sono scappata verso l’uscita. E poi niente. Niente. Niente. Niente. Dio mio dove è Lorenzo? Era nelle mie braccia, ma ora non vedo niente e non capisco niente: dove sono le mie braccia?
Mi divincolo come se fossi in mezzo alla folla e d’improvviso sento la sua voce, un urlo forte, fortissimo, come quando l’ho partorito e l’hanno tirato dalla mia pancia con forza, dalla testa, fino a quando ha preso fiato, il suo primo fiato e lo ha usato per annunciare al mondo la sua venuta. Come è stato bello e perfetto quell’urlo, la sua piccola testa e la sua bella schiena che uscivano da dentro me, da dentro me. Ora piange e si dimena con le manine. Mi graffia, mi cerca per abbracciarmi: ha paura del buio e qui non c’è nemmeno la sua lucina. Non si vede niente di niente. Dio mio siamo rimasti sotto, sotto questo dannato palazzo che doveva essere nuovo, sotto questa casa che ci è costata tante fatiche che finalmente cominciavamo a godere. Non è giusto, non è giusto, non è giusto, ho paura. Strillo ma Lorenzo si spaventa e ricomincia a piangere. Calma, calma, calma. Devo capire dove sono, come sta lui e come uscire di qui.
Ci saranno dei soccorritori, verranno a scavarci, verranno a recuperarci. Si, ma quando, questo palazzo ha sette piani, sette piani sopra di me. Se è caduto sopra non ci raggiungeranno mai, se una altra scossa finisce il servizio. Calma, calma, calma. Vediamo se sta bene. Ma come vedo se è tutto buio…mi viene da piangere…ma devo farlo dopo, solo dopo.
Ecco le manine con le dita tutte intere. I piedini, li intuisco nei calzini. E’ tutto pieno di polvere ma respira, lo sento che si è calmato. Speriamo che non ha battuto la testa e non sanguina…Devo leccarlo per vedere se c’è sangue. Sulla testa, dietro le orecchie negli occhi così lo pulisco dalla polvere sulle mani, ma per fortuna non sento il sapore del sangue. I vestiti, se ci fosse sangue li sentirei bagnati e invece niente. Bene, bene è salvo; ma quando arrivano i soccorritori, non si sente niente, niente, niente…
Il cellulare! Avevo il cellulare in tasca. Dio mio fa che funzioni, che funzioni. Prenderlo là dietro è una impresa ma no, no, no non sento le gambe, c’è qualcosa sopra che le ferma e che non me le fa sentire. Dio mio se è bloccata la circolazione quanto potrò resistere prima di perderle, prima della cancrena, prima di morire? No, no, stavamo così bene, così bene ora che c’era Lorenzo, che ogni mattina si alzava nel letto e ci svegliava con i suoi gridolini. Così bene e ora deve finire tutto…Calma, calma. Cerchiamo il cellulare. Eccolo! E’ tutto ammaccato ma funziona!!! Ecco la luce! Mi guardo intorno e vedo Lorenzo tutto bianco per la polvere. Dorme ma respira con calma. Gli avvicino la luce e lui si muove dall’altra parte. Sono le 8 di sera, e l’ultimo ricordo che ho è delle 7, stiamo qui da una ora. Provo a chiamare ma non c’è rete. Provo con la chiamata di emergenza, ma non funziona nemmeno questa. Forse le reti sono andate giù, il terremoto è stato forte. Forse fuori il mondo è stato inghiottito dalla scossa, forse nessuno verrà mai a recuperarci e noi moriremo così…calma, calma. Studiamo la situazione.
E’ incredibile come siamo stati fortunati: il frigorifero cadendo ha incastrato un tavolino sulla mia testa che ci ha protetto dalle macerie di sopra; ma il frigorifero si è rovesciato sulle mie gambe. Non posso muovermi, non posso uscire da questa morsa devo solo sperare che le gambe non sono troncate. Provo a muovere il dorso e piano piano lo sposto di qualche millimetro. E sento un dolore di spilli sulla schiena. Che bello e tremendo questo dolore: ho ancora sensibilità. Urlerei dal dolore ma non voglio svegliare Lorenzo. Il dolore è forte, si sarò spaccato tutto ma sento dolore, sento dolore. Mi viene da piangere per la gioia, se ho le gambe posso resistere, posso aspettare questi che scavano, che devono scavare, che forse non si sentono perché scavano a mani nude. Quante volte l’ho sentito e Dio mi è testimone di quante volte mi sono commossa sentendo che avevano estratto uno salvo anche due giorni dopo anche una settimana dopo. Ma questo no, questo non va bene per noi, Lorenzo è piccolo non deve stare senza mangiare, non resisterebbe, è troppo piccolo e innocente. Dio ti prego se devi prendere qualcuno prendi me non lui che quando si sveglia ha diritto a sorridere, ha diritto a trovare qualcuno che gli sorrida e lo prenda in braccio, che lo vizi portandolo sempre in braccio perché non sai mai davvero quanto dura e quanti abbracci potevi dargli e non gli hai dato.
Basta, basta, nessun pensiero di morte. Se ci vogliono ore per recuperaci resisteremo. Ho un seno prodigioso, posso dargli tutto il latte che vuole, mi toglierò anche l’ultima goccia di sangue per tramutarlo in latte per lui. Mi troveranno esangue ma lui non avrà fame, lo prenderanno come se avesse appena fatto pappa e dovesse fare il ruttino.
Riaccendo il cellulare un attimo perché mi è venuto in mente che…evviva! Si si si, il frigorifero è crollato dalla parte giusta! La porta si è aperta e posso provare a sfilare il contenuto. Gelati, gelati, ora si che sono contenta di fare la barista, di aver aspettato invano i clienti che mi vuotavano il frigorifero. Di aver insistito con mio marito, di aver sperato che anche di inverno si potessero vendere. E per fortuna aveva ragione lui: nessuno prende i gelati di inverno tranne la barista che è rimasta intrappolata nel bar a pian terreno di un palazzo costruito con la pastafrolla. Ne sfilo uno e lo mangio prima che si squagli. Resisterà ancora ore, lo so, perché è sempre stato troppo freddo, tanto freddo che i clienti si lamentavano, troppo poco freddo per quello che mi serve.
Accendo ed è quasi mezzanotte. Lorenzo si lamenta un po’ e lo attacco al seno. Succhia, che miracolo, succhia e sento il latte che passa dal mio seno alla sua bocca e al suo stomaco. Lo sento come linfa vitale che rinverdisce il suo corpo. Mi ricordo ora che per avere latte bisogna bere, bere, bere e qui dentro c’è la coca cola santa bevanda che hai avvelenato generazioni e che ora ci terrai in vita per un giorno, due o tutti quelli che sono necessari. Lorenzo ha finito e si riaddormenta. A questa età dormono tanto, tanto, e ora è notte e forse è buio perché la luce della luna non ci arriva qua sotto e forse ancora non ci sono le fotoelettriche…
Mi sveglio e sto qualche secondo prima di aprire gli occhi sperando che sia solo un brutto sogno. Ma poi riapro e non vedo niente, forse ho dormito poco ed è ancora notte. Sento il cellulare ma, no no no, non è la chiamata è la batteria che si sta scaricando. Che stupida: dovevo spegnerlo così non si scaricava. Sono le 10 ma non è sera, è mattina e qui è tutto buio e muto, e io non ce la faccio più, Lorenzo mi graffia ancora il viso perché ha fame e io gli ridò il seno e piango, piango perché non ci credo che arriveranno in tempo. Siamo da 15 ore qua sotto e nemmeno un rumore si sente, nemmeno uno. Ma non posso piangere, non posso perdere i liquidi anche se sento che mi sto facendo sotto. Chissà Lorenzo con i suoi pannolini, io che non facevo passare mai più di 4 ore anche di notte per non fargli arrossare il culetto. Ma ora, ma ora a che serve, non c’è più niente, resteremo qui fino a quando non finisce la coca cola. Ne prendo ancora un po’ ma non la bevo tutta forse devo cominciare a razionarla.
Lorenzo piange e io comincio a cantargli una canzoncina. La ripeto all’infinito fino a che si addormenta lui ed io
Provo a riaccendere il cellulare mi da appena un guizzo e mi dice che sono le 22. Poi si spegne e questa volta è l’ultima davvero. L’ho orientato per vedere il viso di Lorenzo. Se devo morire voglio che l’ultima immagine che mi resti impressa sia la sua. Quanto è bello, quanto è bello…Non è giusto.
Bevo ancora l’ultima bottiglia e lo attacco al seno. Sento che il latte esce ancora ma sento lui sempre più stanco. Come me dorme e piange poco, un lamento sommesso senza più forza.
Non ci credo più che arrivi qualcuno, non ci credo più. Ma io il suo volto lo voglio vedere ancora, è troppo bello e devo vederlo ancora.
I ghiaccioli! Certo che quelli non perdono l’acqua. Era una confezione che pareva a tenuta stagna. Si saranno scongelati ma è sempre acqua. Metto la mano al piano dei ghiaccioli e ce ne sono tanti. Li prendo con cura e poi li apro ad uno ad uno sulla mia bocca per non perdere nemmeno una goccia. L’acqua è come fuoco sulla mia gola impolverata. Ma ritorna un po’ di vita e io lo so un po’ di latte per il mio bambino.
Non posso conservarmeli, non posso conservarmeli rischiando che non faccio latte. Tutti, uno dopo l’altro, e l’ultimo è per lui. Non so se questa acqua gli farà bene ma gli darà un po’ di liquidi. Ormai non si muove dal mio seno ma è vivo perché succhia, speranzoso succhia ancora, attaccato alla mia tetta come alla vita che non vogliamo mollare.
Se si muove ancora è ancora vivo e io ho ancora un senso. Non la voglio più questa vita, non mi interessa per davvero ma la devo a lui. Lui è uscito dalla mia pancia e io ho il dovere di proteggerlo. Se mi graffia è vivo ancora e io vivrò per lui
Mi graffia ancora, il mio povero Lorenzo perché il mio seno non prende più niente. E ora l’ha mollato. Peccato, proprio ora che c’era la luce, la sento tra le mie palpebre ma non ho la forza di aprire gli occhi. Lo cerco con la mano ma non lo trovo. Una mano stringe forte la mia ma è troppo grande per essere la sua. Una mano callosa, piena di polvere che mi accarezza. E’ un angelo che mi accoglie o quei soccorsi che hanno tardato troppo, troppo, troppo, hanno fatto finire coca cola e coppette, ghiaccioli e cubetti di ghiaccio. Troppo perché un bimbo di 2 mesi potesse succhiare, potesse sopravvivere, troppo, troppo.
Urla, grida, applausi ma io sento la mancanza delle sue manine. Mio marito mi scuote mentre mi mettono sulla barella ma io non ho la forza di dirgli che mi dispiace per il nostro bambino. Lui mi dice che va tutto bene ma io non ho la forza di credergli. Voglio dormire, dormire per sempre, perché la mia vita è finita la sotto e mi hanno dissotterrata per niente, ero morta e morta voglio restare, per sempre.
La terra trema ancora ma oggi, dopo una settimana dal terremoto, io finalmente posso aprire gli occhi. Mio marito fa la spola tra il mio letto e la sua culletta. Non riesce a credere che ci può guardare ancora e continua a non saziarsi del mio viso e del suo. Non riesco ancora a parlare ma ha capito che voglio vedere una sua foto. Lorenzo è ancora sporco e magrissimo da far paura ma vivo.
Tutti hanno gridato al miracolo ma in fondo devo tutto ad un frigorifero. Rivedendo la sua immagine vorrei urlare di gioia ma non ne ho la forza. Questa volta dormo per riposarmi ma so che la prossima volta che mi sveglio sarà lui a strillare. Ancora una volta, urlando per la sua vita, si trascinerà dietro quella della sua povera madre.
Dedicato a tutti quelli che non ce l’hanno fatta e a quelli che, uscendone a stento, stanno tornando faticosamente alla loro vita normale
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